Il primo poema epico della storia dell’umanità: l’Epopea di Gilgamesh

A scuola già in prima media si studia epica, quella materia che molti di noi associano esclusivamente all’Iliade e all’Odissea, ma che nel nome porta il canto (epos, perché i racconti erano accompagnati da strumenti a corde) delle imprese degli eroi: e non tutti sanno che prima di Achille e Ulisse c’è stato un eroe sumero che ha vissuto una vicenda degna di essere raccontata: Gilgamesh.

Il ciclo di poemi raccolti intorno al personaggio di Gigamesh, re di Uruk, precedono i poemi omerici di almeno un millennio e mezzo, collocandosi nel cuore del terzo millennio a C come circolazione orale; ma prima del secondo millenio come trascrizione della varie leggende su tavolette di argilla, in scrittura cuneiforme sumerica.

I Sumeri furono i primi abitanti della Mesopotamia a conoscere una scrittura; le più antiche tavolette relative a Gilgamesh sono scritte nella loro lingua. Appena gli uomini hanno iniziato a scrivere, hanno avuto bisogno di raccontare una storia di dolore, di viaggio e di crescita.

Gilgamesh, re di Uruk nella verità storica e figlio della dea Ninsun nel poema, è certamente il primo eroe tragico della letteratura mondiale; di lui nel proemio del poema si dice che fu un uomo saggioche vide ogni cosa.

Vediamo più da vicino la sua storia: dato che gli abitanti di Uruk protestano per la superbia e la prepotenza del re, alla quale non possono opporsi a causa della grande potenza di Gilgamesh, gli dèi decidono di inviargli un avversario, Enkidu, che sia alla sua altezza. Enkidu è l’uomo selvaggio, allo stato di natura, che non conosce la civiltà né l’amore. Questo meraviglioso personaggio diventa uomo, passa cioè dallo stato ferino a quello civilizzato, acquisendo umanità, grazie all’incontro amoroso con una prostituta, che gli insegna l’amore e lo fa entrare nel mondo degli uomini. A questo punto Enkidu con la sua straordinaria potenza, è pronto per sfidare Gilgamesh. La madre di Gilgamesh nel frattempo ha rvelato al gihlio il significato di alcuni sogni premonitori: arriverà presto per il re di Uruk “il compagno forte, colui che reca aiuto all’amico nel momento del bisogno”. Questo compagno è proprio Enkidu: infatti, dopo lo scontro iniziale in cui nessuno dei due esce vincitore, data la parità delle loro forze, i due “si abbracciarono e la loro amicizia fu suggellata”.

I due amici iniziano a compiere insieme imprese di vario tipo; quella più temeraria viene in mente a Gilgamesh: si tratta di andare a uccidere Kumbaba, il guardiano che gli dèi hanno posto a sorvegliare la grande foresta. Questa impresa ha inizio con il favore di alcune tra le divinità, e in particolare con la bellissima preghiera della madre di Gilgamesh, Ninsun, a Shamash, dio del sole, perché protegga il figlio:

O Shamash, perché hai dato questo cuore irrequieto a Gilgamesh, a mio figlio? Perché glielo hai dato? Tu l’hai indotto ad andare, e ora egli parte per un lungo viaggio alla volta della terra di Kumbaba, per percorrere una via ignota e combattere una strana battaglia. […] Tu non dimenticarlo, ma fa’ sì che l’Aurora, tua cara sposa, sempre te lo rammenti e lo affidi al finir del giorno al guardiano della notte per proteggerlo dal male. 

Ma l’impresa di Gilgamesh ed Enkidu inizia a farsi pericolosa: Kumbaba infatti è un mostro terrificante, ed Enkidu vorrebbe abbandonare l’amico, ma Gilgamesh lo richiama al compito che si sono prefissati:

Se il tuo cuore ha paura, getta via la paura, se in esso vi è il terrore, getta via il terrore. Prendi in mano la scure e attacca. Chi lascia incompiuta la lotta non ha pace.

Bisogna dunque proseguire. I due amici affrontano Kumbaba e lo sconfiggono: questi prega Gilgamesh di risparmiargli la vita e riesce a commuovere il cuore del re, ma Enkidu esorta invece l’amico a uccidere subito Kumbaba: altrimenti, dice, non riusciranno più a tornare indietro. Ma una volta ucciso il mostro, l’ira di Enlil, uno degli dei più potenti, si abbatte sui due amici: Perché avete fatto questo? D’ora innanzi vi sia il fuoco sui vostri volti, che esso divori il pane che mangiate, che esso beva dove voi bevete. 

Si apre poi un’altra sezione del poema, in cui la dea Ishtar (dea dell’amore e della fertilità, ma anche della guerra) chiede a Gilgamesh di diventare il suo sposo, ma lui la rifiuta: la potente dea infatti distrugge e ferisce tutti quelli che la amano. Infuriata e ferita per il rifiuto, la dea scatena il Toro del Cielo contro Gilgamesh, ma lui ed Enkidu riescono a ucciderlo, portando all’estremo l’ira di Ishtar. Consultatasi anche con Enlil, il consiglio degli dèi decide che uno dei due amici dovrà morire: perché Gilgamesh soffra maggiormente, la scelta cade su Enkidu.

Dopo un’atroce malattia che si protrae per dodici giorni Enkidu muore, lasciando Gilgamesh al colmo della disperazione. L’aldilà è descritto in modo impietoso nel poema: per i sumeri la vita continua dopo la morte, ma nel peggiore dei modi: i defunti siedono nelle tenebre, polvere è il loro cibo, argilla la loro carne. Ciò che hanno compiuto in vita non conta nulla di fronte alla morte che li rende tutti uguali. Gilgamesh vuole che tutti gli abitanti di Uruk partecipino del suo dolore per la morte dell’amico che era il completamento di sé stesso, più che un fratello: disperato, il re resta a vegliare Enkidu per sette giorni e sette notti; poi lo seppellisce, fa costruire una statua per lui e decide di partire.

Il dolore lo spinge a mettersi in viaggio, non gli consente di star fermo. Come posso riposare, come posso aver pace? La disperazione è nel mio cuore. Ciò che è mio fratello ora, lo sarò io quando sarò morto. Per la paura della morte, che ha visto così da vicino, Gilgamesh decide di cercare Utnapishtim, l’unico uomo sopravvissuto al Diluvio, a cui gli dèi hanno concesso l’immortalità. Sarà proprio lui a raccontare a Gilgamesh la storia del Diluvio Universale, cha ha molti punti in comune con quello descritto dalla Genesi. Utnapishtim non può concedere a Gilgamesh l’immortalità, ma decide di fargli un regalo rivelandogli dove trovare una pianta subacquea che ha le spine come una rosa e che ridà la giovinezza perduta agli uomini: proprio quando Gilgamesh sta per impadronirsene, un serpente esce dall’acqua e la mangia, cambia istantaneamente la pelle e scompare di nuovo. Il cuore di Gilgamesh si riempie di dolore, sperimenta il fallimento:

È per questo che ho faticato con le mie mani, è per questo che ho spremuto il sangue dal mio cuore? Per me non ho guadagnato niente […] Avevo trovato un segno e l’ho perso. 

Ma quando Gilgamesh torna a Uruk, è cambiato: è un re saggio, diverso da prima, ha compiuto un viaggio non solo fisico, ma anche spirituale. Ha portato al suo popolo un racconto dei giorni prima del Diluvio, e ha scritto su pietra tutta la sua storia, perché rimanga in eredità al suo popolo. Perciò alla sua morte, il popolo lo piange e loda gli dèi per avergli donato un simile re.

Nel primo poema epico della storia dell’umanità, la prima opera letteraria del mondo, ci sono tutti i temi fondamentali dell’uomo: l’amicizia, l’amore, il dolore, la morte, il viaggio, la scoperta di sé e la scoperta fondamentale che senza il dolore non ci si mette in cammino; c’è anche la forza inestimabile della parola, del racconto: prima di morire infatti Gilgamesh scrive la sua storia perché possa rimanere come testimonianza per chi verrà dopo di lui. Gilgamesh che vedesti ogni cosa, ti ringrazio di averlo fatto.

Amo raccontare anche ai miei figli le storie dell’epica antica, e ho raccontato loro anche di Gilgamesh: trovo bellissimo il volume curato da Yiyun Li per “La biblioteca di Repubblica- L’espresso”, che con le sue bellissime illustrazioni fa avvicinare anche i più piccoli al poema più antico di tutti.

Il primo poema epico della storia dell’umanità: l’Epopea di Gilgameshultima modifica: 2021-03-27T19:27:17+01:00da giuliadibez
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