Fedor Dostoevskij, L’Idiota

WhatsApp Image 2021-02-25 at 14.06.10Da tempo nella mia libreria, il tomone azzurro de “L’Idiota” mi guardava. A cavallo tra gli ultimi anni del liceo e i primi dell’università sono stata una lettrice di Dostoevskij: “Le notti bianche”, “Delitto e castigo”, “I fratelli Karamazov” avevano accompagnato le mie giornate. Poi, con l’arrivo dei bambini contemporaneamente agli esami universitari, i libri lunghi e impegnativi hanno lasciato il posto a letture più agili o a lunghi periodi di “non lettura”.

Il 1 gennaio 2021 ho ripreso in mano l’Idiota, e ne ho iniziato la lettura senza pretese, senza tappe prefissate, ma convinta di leggerlo tutto fino alla fine, prendendomi tutto il tempo necessario. Ho affrontato questa lettura un po’ come affronto le camminate in montagna: consapevole della inevitabile fatica, ma certa della bellezza promessa.

La lettura è stata difficile: è stata davvero, per dirla con Kafka, “un’ascia per rompere il mare di ghiaccio che è dentro di noi”. L’Idiota è un libro che mi ha disturbato. Dostoevskij l’ha scritto in esilio, e l’ha completato nel gennaio del 1869 a Firenze. Una targa al numero 22 di Piazza Pitti ricorda la permanenza dell’autore nel palazzo per quasi un anno.Piazza_pitti,_targa_dostoevskij

In una lettera[1] del 1867 indirizzata allo scrittore Apollon Nikolaevič Majkov Dostoevskij descrisse il nucleo poetico del romanzo a cui stava lavorando:

Da tempo mi tormentava un’idea, ma avevo paura di farne un romanzo, perché è un’idea troppo difficile e non ci sono preparato, anche se è estremamente seducente e la amo. Quest’idea è raffigurare un uomo assolutamente buono. Niente, secondo me, può essere più difficile di questo, al giorno d’oggi soprattutto.

Chi è dunque questo uomo assolutamente buono? Il principe Lev Nikolàevič Myškin, l’idiota del titolo: definito così da molte delle persone che lo incontrano perché è effettivamente malato – soffre di epilessia – e la sua ingenuità e bontà innate vengono spesso attribuite a presunti danni cerebrali causati dagli attacchi epilettici. Lo stesso principe riconosce di essere stato, in adolescenza, un ragazzo che non conosceva e non capiva il mondo, un idiota. Ma ora, tornato in Russia dopo essere stato per cinque anni in un sanatorio sulle montagne svizzere, mantenuto da un ricco benefattore, il principe sa di essere lucido e consapevole. Non sempre lo sanno invece le persone intorno a lui che vogliono, come spesso tendiamo a fare noi esseri umani, incasellarlo nella categoria di “malato di mente” o “ingenuo credulone”.

Il romanzo si apre con l’incontro, nella carrozza di un treno, di tre personaggi: il principe Lev Nikolàevič, Parfen Rogozin – uomo appassionato e deciso, uno dei personaggi chiave del romanzo – e Lebedev, servile e untuoso personaggio disposto a compiacere chiunque per denaro. Lo stesso giorno il principe si troverà ospite della famiglia Epancin, composta dal generale e da sua moglie Lisaveta Prokofevna con le loro tre figlie: Alexandra, Adelaida e Aglaja. Qui Lev Nikolàevič si trova coinvolto in una rete di sotterfugi e inganni che coinvolgono il generale e il suo segretario Gavrila Ardalionovic, detto Ganja, e che hanno al centro una donna, personaggio a mio avviso straordinario, Nastasja Filippovna.

Lasciando per un attimo da parte la trama del romanzo, che chiunque può facilmente trovare su Wikipedia, vorrei concentrarmi proprio sul personaggio di Nastasja, che mi ha colpito profondamente. Donna vittima della propria straordinaria bellezza, rimasta senza famiglia poco più che bambina, viene mantenuta da un uomo molto più grande di lei per tornaconto personale. Tutto questo pesa su Nastasja, portandola a provare una profonda vergogna, che confina con l’odio verso sé stessa e gli altri, responsabili della sua sofferenza.

Il principe la guarda avendo compassione di lei fin dal primo istante, quando la vede solo raffigurata in un dipinto: la giudica per quello che è, cioè una donna piena di sofferenza che sta scivolando nella follia. Spesso lo troviamo a esclamare, pensando a lei: “è pazza!”, un grido pieno di dolore e di compassione, sentimenti che lo porteranno anche a compiere gesti giudicati folli e sconsiderati dagli altri personaggi, come proporre a Nastasja di sposarlo. Ma anche Rogozin ama Nastasja, di un amore ossessivo e distruttore.

L’Idiota è un’indagine appassionata sulla natura umana, sui luoghi più oscuri e nascosti dell’anima, una di quelle che Dostoevskij conduce con maestria. A volte il principe con la sua ingenuità e la sua fiducia incondizionata negli altri mi ha dato fastidio, devo ammetterlo, e mi sono ritrovata ad esclamare con Lisaveta Prokofevna: “Ma è davvero un idiota!”. E forse era proprio questo l’intento dello scrittore: scandalizzarmi, non lasciarmi tranquilla, mettermi davanti alla figura di un uomo disposto davvero a fare quello che dice, con tutte le conseguenze che questo comporta.

Una lunga serie di altri personaggi contornano i principali, e non basterebbe lo spazio di questo articolo per parlarvi di tutti: vi dirò solo che la rappresentazione delle donne in questo romanzo mi ha colpito per varietà di tipi umani. C’è la tormentata e infelice Nastasja in cui mi rivedo molto, a tratti, l’artistica e creativa Adelaida, la posata Alexandra, la ribelle Aglaja; Varvara Ardalionovna, sorella di Ganja, un altro dei personaggi che ruotano attorno al protagonista, coraggiosa e onesta, ma anche disponibile al compromesso per il bene della sua famiglia. Una costellazione di umanità variegata, osservata in tutte le sue sfaccettature.

Seguire il ritmo della narrazione non è facile, anche perché Dostoevskij è amante delle digressioni. Ci potremmo dunque trovare ad assistere a una discussione di una decina di pagine sull’opportunità della pena di morte, in cui uno dei personaggi racconta una storia realmente accaduta allo stesso Dostoevskij che, condannato a morte, era stato graziato pochi secondi prima dell’esecuzione.

Vi lascio un brano che mi è piaciuto moltissimo, in cui il principe Lev Nikolàevič parla di Nastasja Filippovna illuminandone la sofferenza e le contraddizioni; un brano che secondo me è un saggio magistrale della capacità di Dostoevskji di guardare l’animo umano.

“Quella disgraziata è profondamente convinta di essere la creatura più abietta e più viziosa del mondo. Oh, non condannatela, non gettatele la pietra addosso. Troppo si è tormentata da sé nella consapevolezza della sua immeritata vergogna! E di cosa è colpevole, Dio mio? Oh, a ogni momento, nella sua esaltazione, grida che non riconosce in sé nessuna colpa, che è una vittima degli uomini, la vittima di un depravato e di uno scellerato; ma qualunque cosa vi dica, sappiate che è lei la prima a non credere a sé stessa e che, al contrario, crede in tutta coscienza di essere lei… lei la colpevole.”

Fedor Dostoevskij, L’Idiotaultima modifica: 2021-02-25T14:18:55+01:00da giuliadibez
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